Screening del cancro colorettale

Il cancro colo rettale (CCR) rappresenta uno dei tumori più frequenti nella popolazione:in Italia è secondo al tumore del polmone nell’uomo e al tumore della mammella nella donna. Mentre la sua incidenza è in aumento, la mortalità legata a questa neoplasia  è recentemente diminuita, verosimilmente per una maggiore precocità nella diagnosi, ottenuta grazie allo screening, che da diversi anni è stato messo in atto nel nostro Paese.

Lo screening per il CCR consente due importanti risultati: in primo luogo, il riconoscimento di tumori spesso iniziali, di piccole dimensioni, del tutto asintomatici, che possono essere asportati in modo completo, “curativo”, cioè risolutivo. Il secondo risultato, forse ancora più importante del primo, è il riscontro dei cosiddetti “polipi”, cioè gli adenomi, i precursori dell’adenocarcinoma del colon. Questi sono lesioni benigne, la cui storia naturale li porta a crescere nel tempo e, prima o poi, a trasformarsi in tumori maligni. Individuarli nello stadio di benignità permette di asportarli in modo completo e definitivo, prevenendo così la formazione futura in quella sede di un tumore. E’ ciò che prende il nome di “prevenzione primaria”; il colon è uno dei pochi organi in cui è possibile attuarla, mediante l’esecuzione di un esame endoscopico (colonscopia).

Lo screening per il CCR consiste nell’esecuzione di un test molto semplice, la ricerca del sangue occulto fecale, un indicatore generico ma assai utile per individuare persone con una possibile patologia del tubo digerente, tra cui una lesione del colon. Se questo test risulta positivo, si consiglia di procedere a esami diagnostici per valutare l’origine di queste tracce ematiche  e in particolare studiare il colon, mediante una pancolonscopia.

Lo screening del CCR è consigliato a tutte le persone della popolazione sopra i 50 anni; nei casi con storia familiare positiva per tumori o adenomi del colon (i cosiddetti “polipi”), quindi a maggiore rischio, l’età a cui si consiglia il primo controllo scende a 40 anni.

La colonscopia consente non solo di riconoscere la presenza di polipi del colon, ma anche di asportarli, in modo da poterli esaminare in modo completo al microscopio. L’esame istologico darà le indicazioni sul tipo di adenoma e sul grado di displasia, che indica l’insieme delle modificazioni cellulari, individuando quei casi in cui la displasia benigna tende a trasformarsi (o si è già trasformata) in lesione maligna, cioè un adenocarcinoma. Sulla base del risultato istologico viene quindi stabilito come il paziente deve essere seguito nel tempo, quando dovrà ripetere una ulteriore colonscopia, o se è invece necessario avviarlo a un intervento chirurgico.

Esistono anche metodiche radiologiche per studiare il colon: il clisma opaco a doppio contrasto e la colonscopia virtuale, che consiste in una TAC con ricostruzione tridimensionale del colon. Ambedue queste metodiche possono essere molto utili in alcuni casi; richiedono però anch’esse la preparazione accurata del colon, come la colonscopia, e sono solo diagnostiche, in quanto non consentono l’asportazione di eventuali polipi individuati.

Un altro aspetto negativo consiste nella somministrazione di una notevole quantità di radiazioni ionizzanti; per tali motivi gli esami radiologici non possono essere estesamente utilizzati e non sono quindi adatti come metodica di screening.

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