Postura e problemi dell’Età Adulta e Anziana

INTERVISTA AL Dr. MARCO CARLON (POSTUROLOGO – CHINESIOLOGO)

D: Dr. Carlon, quali sono le problematiche posturali e i danni rachidei da sovraccarico in età adulta e anziana?

R: Il mantenimento delle curve fisiologiche garantisce la salute della Colonna Vertebrale (CV).

Soltanto il 10% delle persone rientra nei parametri fisiologici ed è rappresentata da soggetti che raramente accusano sintomatologia dolorosa. 

Uno stile di vita sedentario può provocare atteggiamenti posturali scorretti, ma molti sono gli eventi attitudinali, patologici o traumatici che nel corso della vita possono contribuire a provocare vizi posturali, sforzi o deformazioni strutturali che compromettono inevitabilmente lo stato di benessere del rachide e della persona stessa.  Tra questi rivestono particolare importanza le ipercifosi acquisite (dorso curvo “professionale”, atteggiamento cifotico del cardiopatico, cifosi osteoporotica, cifosi dorso lombari da posture fisse sedute o da sedia a rotelle, ecc) per le ripercussioni sull’apparato respiratorio e per le sindromi dolorose lombari e cervicali associate.

L’ipercifosi è frequente negli anziani e può essere provocata da diversi fattori come la cuneizzazione del corpo vertebrale in seguito a frattura del piatto anteriormente, da artrosi, da osteoporosi, dal morbo di Parkinson, da cardiopatie. Si tratta di una condizione con eziologia multifattoriale. Tra le varie cause predisponenti, la demineralizzazione e la postura incongrua sembrerebbero avere maggiori responsabilità.

L’ipercifosi determina una perturbazione del fisiologico assetto posturale, tale da provocare sovraccarico distrettuale e globale. L’assetto posturale cifotico dell’anziano, quindi, deve essere riequilibrato il più presto possibile. Le scelte delle esercitazioni su basi ergonomiche e biomeccaniche risultano efficaci nel trattamento preventivo e conservativo per evitare peggioramenti e limitazioni funzionali.

 

D: Quali sono i meccanismi di trasformazione della vertebra legati all’invecchiamento?

R: La vertebra è il costituente rachideo che meglio si identifica con l’immagine della funzione strutturale svolta dalla colonna vertebrale. E’ l’elemento “rigido” del sistema ma tale rigidezza è assai relativa e la deformabilità della vertebra è tutt’ altro che trascurabile.

Il corpo vertebrale è soggetto a compressione, le apofisi trasferiscono le sollecitazioni di flessione e di taglio derivanti dalla interconnessione con legamenti e fibre muscolari e pertanto una certa parte del materiale osseo può essere molto sollecitato.

L’osso è sottoposto ad una continua azione di rimodellamento che ne modifica la geometria, ubbidendo a segnali di natura specifica ancora dubbia ma correlabili all’intensità ed alla direzione delle tensioni agenti, rendendola adeguata alla situazione operativa prevalente.

L’osso è un materiale vivo che muta le proprietà meccaniche passando dallo stadio immaturo a quello maturo e da quest’ultimo all’invecchiamento. Patologie, farmaci, regimi di vita ed alimentari, razza, condizioni di lavoro, ecc. risultano altamente condizionanti nei confronti delle sue proprietà biomeccaniche. Inoltre l’osso vecchio risente dell’eredità storica delle differenti condizioni di rimodellamento a cui è stato sottoposto nel tempo e che condizionano le differenze qualitative e quantitative di minerale e collagene a livello strutturale.

L’elemento dominante della fase d’invecchiamento dell’osso è il continuo incremento di mineralizzazione per degradazione senile delle proprietà del collagene che è il componente fibroso del composito osso; con l’ipermineralizzazione si attivano i meccanismi di limitazione della resistenza all’urto e la frattura è facilitata dalla presenza di microcricche che spesso si arrestano quando, nella loro diffusione attraverso la massa ossea, invadono zone meno mineralizzate.

La creazione di zone ad alta densità, ad esempio in seguito ad un rimodellamento originato dal prodursi di microfratture, è certamente un evento meglio collegabile all’accumulo dei traumatismi piuttosto che al valore assoluto del grado di mineralizzazione. Per questo motivo il fenomeno del degrado delle proprietà meccaniche dell’osso sotto urto può apparire meglio correlabile con l’età che con altri parametri.

Evitare i microtraumatismi non significa condurre una vita statica e sedentaria, ma semplicemente sviluppare fin da giovani, un controllo posturale corretto e una capacità motoria intelligente, finalizzata all’uso del corpo senza commettere abusi.

D: Quali sono gli effetti dell’osteoporosi?

R: La patologia più comune collegabile all’invecchiamento dell’osso spongioso è l’osteoporosi (OP).

L’osso spongioso vertebrale ha tempi di rinnovamento estremamente rapidi (velocità circa 10 volte superiore a quella del corticale delle ossa lunghe) per cui i mutamenti osteoporotizzanti stravolgono precocemente la sua struttura, che diviene così sede di elezione per il riconoscimento della patologia in atto.

L’immobilizzazione dell’anziano, per qualunque motivo, e le posture fisse cifotiche sono situazioni ad altissimo rischio di fratture. 

Se nell’unità si ha un riassorbimento superiore alla neoformazione, e questa azione si esplica su trabecole più sottili della norma, si ha il taglio e la perdita di continuità della trabecola stessa. Dal punto di vista biomeccanico la trabecola così lesionata perde la sua funzione strutturale, per riduzione della rigidezza e della resistenza dell’osso, pur garantendo un congruo contributo al rilievo densitometrico.

Successivi processi riparativi risulteranno pressoché inutili, in quanto depositeranno nuovo osso sui lembi delle interruzioni ma raramente saranno in grado di ripristinare la continuità delle trabecole e con questa la vera integrità strutturale. Si può, al limite, recuperare del tutto la densità ossea iniziale, pur avendo ormai compromessa gravemente la funzione strutturale.

Questa visione concorda con l’osservazione del prodursi di fratture di tipo OP nell’osso spongioso pur in presenza di valori di densità ossea tutt’altro che sospetti.

In conclusione si può affermare che nell’anziano sono da attendersi notevoli decrementi di resistenza meccanica del corpo vertebrale in concomitanza di modeste riduzioni di densità ossea. I farmaci disponibili per lo stimolo della neoformazione sono di efficacia dubbia nel confronto del miglioramento delle caratteristiche meccaniche dell’osso spongioso ed ancora una volta si evidenzia la convenienza della prevenzione, preferendo il ricorso agli inibitori del riassorbimento osseo che svolgono una funzione di profilassi sul meccanismo di sconnessione trabecolare.

L’osso spongioso del corpo vertebrale può sorreggere anche il 90% del carico pressorio totale; ma in presenza di un degrado della resistenza aumenta notevolmente il fattore di rischio. Questa situazione può rivelarsi estremamente pericolosa in soggetti anziani sottoposti per molte ore a carichi “fisiologici”, specie se aggravati da posture scorrette (sono del resto noti casi di fratture vertebrali, in età senile, derivanti da prolungate giacenze su sedie a rotelle).

Pertanto attività ripetitive, con carichi rachidei elevati e persistenti nel tempo, possono giocare un ruolo importante nella progressione delle fratture vertebrali nell’anziano.

Si è dimostrato che è sufficiente una modesta percentuale di rotture trabecolari per provocare forti riduzioni della rigidezza dello spongioso.

Ancora una volta si evidenzia come l’anziano debba temere, più che l’eccesso di attività fisica, una eccessiva sedentarietà abbinata a ripetitività degli schemi comportamentali (spesso scorretti) che si traducono in costanza di sollecitazioni statiche ed in un accumulo di danni da fatica eccessivamente localizzati.

D: Quali sono le modificazioni del disco intervertebrale con l’invecchiamento?

R: Il disco è formato da un nucleo polposo “fluido” cerchiato da un anello fibroso; a sua volta quest’ultimo è costituito da numerosi strati di fibre, ad inclinazioni variabili ed invertibili ad ogni strato, fissate con gli estremi alla zona periferica dei piatti delle vertebre.

Con l’invecchiamento il volume del nucleo diminuisce e la sua matrice si modifica assumendo un aspetto fibroso e solido simile a quello dell’anello.

E’ indubbio che tale trasformazione, anche se è fisiologicamente correlata all’avanzamento dell’età, viene notevolmente accelerata da una situazione di vita che sottopone i dischi a frequenti sovraccarichi.

D: Quali sono le modificazioni alle faccette articolari?

R: Nell’anziano l’artrosi delle faccette articolari  si manifesta con fenomeni più o meno marcati di danno irreversibile dell’osso e dei tessuti cartilaginei. L’età senile è quindi accompagnata da modificazioni della morfologia delle faccette, con profondi mutamenti funzionali dell’articolazione.

La degenerazione artrosica è stata correlata ai vizi di postura, alterazioni delle forme vertebrali, mutamenti nella cinematica del rachide e degenerazioni discali, anche se si riscontrano gravi artrosi diffuse su faccette di colonne vertebrali prive di alterazioni macroscopiche.

D: Quali sono le modificazioni alla muscolatura?

R: Fondamentale è il contributo dei vari livelli di attivazione delle differenti fibre muscolari del dorso che condizionano pesantemente la deformabilità del sistema rachideo e ne garantiscono, per quanto possibile, l’integrità. L’ipotonia della muscolatura erettoria di sostegno del rachide presente nell’anziano non allenato è responsabile anche del senso di affaticamento che si accompagna al movimento di raddrizzamento del rachide dall’atteggiamento cifotico e che scoraggia l’anziano nelle manovre iniziali autocorrettive, configurandosi come un grave ostacolo al recupero della mobilità residua e di una postura fisiologica.

D: Cosa succede al rachide sottoposto a sollecitazioni?

R: Sotto eccitazioni di vibrazione o d’urto, non importa se applicate attraverso i glutei nella posizione seduta o in arrivo direttamente nel bacino attraverso le articolazioni degli arti inferiori, l’energia meccanica si trasmette lungo il rachide dal bacino verso il cranio. La somma dei fenomeni degenerativi connessi normalmente con l’aumento dell’età porta il sistema rachideo verso un irrigidimento generale. Questo significa che una sempre maggiore quantità di energia, avente origine da eventi dinamici, viene convogliata senza attenuazione verso la parte superiore del corpo e provoca danni rachidei.

D: Nell’anziano cosa scatena il mal di schiena (Back Pain) di origine meccanica?

R: Anche situazioni non estreme, come la semplice deambulazione od il trasporto da seduto su mezzi motorizzati, possono divenire per l’anziano fonti invalidanti se si ripercuotono in modo offensivo sulla parte superiore del corpo. In effetti è dimostrabile che parte dei mutamenti adottati dall’anziano nella sua strategia deambulatoria normale (riduzione della velocità, aumento della base d’appoggio) non sono strettamente dipendenti da impossibilità fisiche, ma mirate alla riduzione dell’entità dei picchi dinamici prodotti che egli percepisce come eccessivi a livello articolare, toraco-lombare e negli arti inferiori.

 

D: Quali sono le strategie per prevenire e intervenire in presenza di mal di schiena (Back Pain – BP) di origine meccanica?

R: Il BP è molto diffuso tra i lavoratori costretti a mantenere posture fisse prolungate o a movimentazione di gravi e lavori pesanti in generale, è diffuso nel periodo della gravidanza e nel corso della vita oltre il 90% delle persone sperimenta episodi dolorosi, colpo della strega, sciatalgie, cervicalgie, ecc. Il 98% di tutti i casi di BP ha origine meccanica per questo il Riequilibrio Posturale e la scuola della schiena (Back School – BS) sono alla base del trattamento conservativo.

Indipendentemente dall’età, in presenza di sintomatologia dolorosa rachidea, è opportuno procedere ad un accurato esame posturale e ad individuare le posizioni di partenza e le posizioni di relax indolori e inserire, fin dall’inizio del trattamento, alcune varianti, secondo il protocollo specifico del BP di origine meccanica.

In alcuni casi è necessario mantenere il programma antalgico a lungo e inserire molto gradualmente gli esercizi specifici di riequilibrio posturale adattandoli con attenzione.

Le persone che soffrono di BP ed in particolare di LBP (Low Back Pain) assumono posture “antalgiche”, per non sentire dolore, e adottano strategie adattative che però, anche se offrono un certo sollievo momentaneo, nel tempo possono peggiorare il quadro sintomatologico per mal distribuzione dei carichi agenti sulle strutture della CV.

Tra assetto posturale e BP c’è corrispondenza diretta.  Il riequilibrio posturale riveste, quindi, un ruolo preventivo di indiscutibile importanza.

Il protocollo di lavoro motorio di riequilibrio posturale in presenza di BP in età evolutiva, adulta e anziana, è suddiviso in alcune tappe fondamentali che illustriamo secondo un ordine cronologico:

−       il primo passo nella valutazione è rappresentato dall’osservazione del soggetto durante il colloquio. Si procede con la lettura della certificazione medica riguardante la diagnosi, le indicazioni e le analisi strumentali;

−       segue un’accurata raccolta di dati anamnestici. Esiste, infatti, una vasta gamma di fenomeni che possono alterare i tessuti, dalla modesta irritazione fino alle manifestazioni degenerative irreversibili.

Come detto nel capitolo precedente, il pericolo di offese biomeccaniche è determinato da complesse combinazioni di intensità, ripetibilità e perduranza degli sforzi.

Il rischio patomeccanico è sempre più correlato alla quotidianità, in mancanza di una corretta educazione motoria e gestione della CV, ma anche ad altri fattori che nel tempo determinano una modificazione delle funzioni e quindi della biomeccanica fino a modificarne la fisiologia e l’anatomia del corpo, quali:

−       età del soggetto,

−       pregressi traumi significativi (sollevamento di oggetti molto pesanti, cadute o incidenti, fratture vertebrali),

−       familiarità (genetica),

−       familiarità comportamentale, derivanti dalla cultura di riferimento e dal copiare atteggiamenti e comportamenti psico-fisici,

−       tipologia, intensità e sede del dolore (localizzato o irradiato),

−       periodo di inizio degli episodi dolorosi: annotare se si tratta del primo episodio o di una  recidiva,

−       tipologia lavorativa e modalità di esecuzione delle mansioni di lavoro e di altre attività fisiche (sport, hobby, tempo libero) e il loro eventuale rapporto cronologico con l’insorgenza della sintomatologia dolorosa,

−       circostanze che scatenano il dolore attuale,

−       comparsa del dolore in relazione a condizioni di rischio (posture fisse prolungate sedute/in piedi, movimentazione di gravi, guida di autoveicoli, sport, hobby),

−       posizioni che il soggetto assume autonomamente per sentire sollievo,

−       notizie sugli stili di vita (sedentarietà, alimentazione, soprapeso, stress fisici e psicologici),

−       geopatie: radiazioni ionizzanti e non ionizzanti che provengono dalla terra o artificiali (prodotte dall’uomo),

−       squilibri recettoriali: stomatognatico, sistema visivo, cute, piede, udito, vestibolo, visceri

−       situazione psichica del soggetto (emozioni, vissuto, stress)

Da annotare l’effetto di alcuni fattori aggravanti quali tosse, starnuto e sforzi e di alcuni fattori allevianti come il riposo, l’attività fisica adattata e i farmaci.

 

Seguono l’esame morfofunzionale e i test.

Durante il loro svolgimento si osserva il soggetto ed in particolare:

–             la disinvoltura/la facilità/la difficoltà con cui si muove,

–             la sua capacità di mantenere la posizione eretta o seduta, anche durante il colloquio,

–             le posizioni e i test che provocano dolore,

–             la presenza di atteggiamenti posturali scorretti statici e dinamici.

Con l’esame morfofunzionale in ortostatismo e in clinostatismo, attraverso test specifici e prove funzionali, si raccolgono dati importanti per stabilire una corretta propedeutica d’intervento per ogni soggetto.

 

 

D: Può riassumerci perché è importante mantenere e migliorare l’equilibrio posturale in età adulta e anziana?

R: I fenomeni correlati all’invecchiamento producono un aumento della fragilità delle strutture ossee rachidee ed una generalizzata riduzione di resistenza di tutte le strutture integrate nella colonna vertebrale; la situazione che si produce è pericolosa, soprattutto se aggravata da scorretti atteggiamenti posturali. La postura, la situazione di carico esterna e la strategia di attivazione muscolare, confrontandosi con le proprietà dei tessuti localmente coinvolti, possono costituire un rischio meccanico per la salute dell’intero sistema.

Il problema del degrado del controllo posturale, associato all’invecchiamento, ha importanti conseguenze sociali. Le cadute dell’anziano sono frequenti, di regola associate a fratture ossee e/o a danni tissutali; il solo timore che si possano verificare tende a ridurre l’autostima nei riguardi della autonomia nelle attività indipendenti.

Esiste certamente una relazione diretta tra la capacità di controllo posturale, l’abilità motoria in generale e la capacità di prevenire o evitare le cadute accidentali.

Si è verificato sperimentalmente che l’oscillazione posturale, attorno alla posizione d’equilibrio, è maggiore negli anziani, rispetto ai giovani, ed è massima negli anziani che hanno una storia di cadute documentate. Differenti Autori hanno rilevato che, alla presenza di perturbazioni della postura, come risposta a tali disturbi si manifestano notevoli oscillazioni del corpo, caratterizzate da  rotazioni dei segmenti articolati situati nella parte superiore del corpo stesso.

Il riequilibrio posturale in età adulta e anziana è ottenibile, pur con le dovute differenziazioni, con lo stesso metodo adottato per l’età evolutiva.

 

D: Cosa proponete per migliorare la situazione dei vostri clienti?

R: Per la modifica dello schema posturale, inizialmente lavoreremo con cautela in maniera attiva e passiva sulla mobilità residua del rachide e di tutte le articolazioni, in modo da decomprimere e ridare libertà alle zone ipo-mobili, dunque rigide e compresse. Contemporaneamente si agirà sulla presa di coscienza e sullo stile di vita, evidenzieranno le abitudini scorrette respiratorie, ergonomiche (in statica e dinamica), alimentari e altre disfunzioni.  Si andranno ad eliminare o ridurre l’azione perturbante di informazioni nocive che hanno generato certi compensi o disturbi e che hanno dunque obbligato  il sistema nervoso a scegliere delle strategie per far fronte ad esse.

Creato un “corpo disponibile” e la scomparsa/riduzione della sintomatologia algica, segna l’inizio dell’inserimento di procedure e metodiche di attività motoria utili all’incremento/ripristino della forza e delle sinergie muscolari, ma anche ad esercizi specifici per la funzione dell’equilibrio e della coordinazione motoria.

La sintomatologia dolorosa, spesso associata all’alterazione posturale o addirittura motivo principale della richiesta del trattamento, deve guidare le scelte iniziali. Si consigliano esercizi antalgici e di tonificazione, tecniche respiratorie, ma soprattutto tecniche di allungamento globale decompensato, la valutazione e l’eliminazione delle fonti altamente stressogene come le geopatie, il giusto “sistema letto” usato durante il riposo notturno, l’attenzione alle ergonomie errate durante la vita quotidiana, sul lavoro e durante attività fisica/sportiva, non per ultimo lo Stile di Vita attraverso una presa di coscienza sempre più ampia e profonda.

Tutto questo ha bisogno necessariamente di personale altamente specializzato ma che si avvale di un approccio olistico che, grazie anche alla collaborazione con altri professionisti, biotecnologie e altre soluzioni integrative, se coinvolti in un lavoro in Team Transdisciplinare, permette di raggiungere (allo stato attuale) il miglior obbiettivo di salute e benessere per ogni singola persona che necessiti di aiuto.

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